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Vincenza Fava

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Lughia: la pittura diventa arte dell’anima

 

A volte parlare con un’artista non è cosa semplice, a volte non si riesce a stabilire quel contatto emotivo che ci potrebbe condurre al cuore dell’espressione artistica più profonda. Ma con Lughia è diverso: un sorriso incantevole che sprigiona il dono della comunicazione ad un livello più alto portandoci agli orizzonti poetici della sua arte e della sua filosofia artistica. Attualmente presente alla manifestazione artistica di Arcevia, Ar(t)cevia International Art Festival organizzata dal pittore e grafico Massimo Nicotra, con i suoi ultimi lavori “Andamenti collettivi, lenti ed ineluttabili” esposti al Centro Culturale di S. Francesco (mostra curata da Giuseppe Salerno), Lughia ha alle spalle una lunghissima serie di personali.  Un percorso, il suo, che inizia con le suggestive architetture di sabbia: paesaggi lunari e terrestri in cui la temporalità lineare sembra arrestarsi improvvisamente per condurci in un mondo arcaico circolare, uno spazio ineffabile che risale ad uno stato primordiale dell’anima. La spirale, il cerchio, i sassi, il sole (totem elevato alla verticalità della materia attraverso un itinerario animistico dove la sabbia, polvere di luna, diventa metafora permanente dell’impermanenza) sono accostati in un crescendo di simbolicità assoluta. Ed è proprio il tema filosofico - artistico dell’assoluto al centro di ogni opera dell’artista: dal latino ab-solutus ossia “liberato da ogni vincolo”. La creazione aspira ad una liberazione da ogni tipo di regola antropica sterile per raggiungere un livello “altro” al quale attinge l’artista per suggerirci artisticamente la propria spiritualità nel tentativo, forse “hegeliano”, di arrivare alla comprensione trascendentale dell’esperienza umana. Suggestive le opere pittoriche in tecnica mista del ciclo “Solitudo”: corpi stilizzati di donna avvolti in una luce e in chiaroscuri che sembrano aloni mistici. Parole scritte e nascoste, segni e simboli arcaici: il linguaggio pittorico si unisce al segno linguistico per diventare una sorta di semantica muta che ci ricorda il saggio “Le voci del silenzio” dell’artista francese André Malraux. Lughia ci riporta alla condizione umana contemporanea hic et nunc ma con una particolarità: la solitudine dei corpi e delle anime è riconducibile emblematicamente ai nostri tempi, tuttavia è espressione anche di una solitudine “assoluta”, archetipica, colta e condivisa. Diventa meditazione ed introspezione. La commistione simbolica dei linguaggi la ritroviamo anche nel ciclo “Osmosi” e ne “Il grande nero del silenzio”. Il corpo è strutturalmente memoria (ciclo delle opere pittoriche “Memorie” in tecnica mista); geneticamente riporta la scrittura biologica e spirituale del passato e protende al futuro attraverso la metamorfosi della carne e dello spirito. Un paesaggio dantesco quello che Lughia ci propone nel ciclo “L’eterno cammino in salita”: ci ritroviamo spiritualmente proiettati in una sorta di Purgatorio in cui i corpi-anima sono meno delineati, sfumati, persino rarefatti. L’arte di Lughia è a-temporale e sincronica ad un tempo: le opere pittoriche in tecnica mista su tela del ciclo “Andamenti collettivi, lenti ed ineluttabili” ne sono una testimonianza esemplare: figure umane si muovono ritmicamente sulla tela nello stesso modo, in modo simmetrico, l’uno specchio dell’altro, sono cloni senza volto immersi in una globalizzazione imperante, ma non percepita in modo del tutto negativo perché l’umanità in fondo ha ancora radici ben solide. L’arte di Lughia è estremamente raffinata, il suo tratto distintivo è il profondo anelito spirituale che scaturisce da ogni sua creazione.

 

(Vincenza Fava, Italia Sera, 11/09/09)