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Paolo Portoghesi

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L’arte della globalizzazione
 
L’esperienza artistica di Lughia è ben inserita nel territorio di Calcata dove è facile incontrare sabbie e sassi. Uno degli aspetti affascinanti del paesaggio è proprio la possibilità, osservando la terra, di riceverne continuamente stimoli.
I lavori di Lughia, al di là di questo aspetto in un certo senso locale, sono indubbiamente aperti a una prospettiva che potremmo dire addirittura di globalizzazione. Sono infatti espressione di una individualità sicuramente legata alla nostra civiltà italiana, occidentale, ma sono allo stesso tempo opere che captano un riflesso molto intenso di una situazione tipicamente orientale: la tendenza dell’arte cinese e giapponese a vedere la natura come protagonista e a riprodurre situazioni naturali non soltanto attraverso gli strumenti della pittura e della scultura ma anche attraverso gli elementi dell’architettura, in modo particolare del giardino.
 
Mentre il giardino occidentale è un’invenzione razionale o fantastica, ma comunque legata alla geometria, e quindi legata alla mente umana, alla sua capacità di astrazione, il giardino orientale è invece una riproduzione di situazioni ambientali particolari ritrovate nella natura e rievocate attraverso quello che, nelle opere letterarie, sono le “citazioni”.
Rievocazioni attraverso il prelievo di oggetti naturali che, sottratti al paesaggio e collocati in un nuovo contesto, vivono con una prospettiva che non è quella di rappresentare “se stessi”, cioè di riprodurre una situazione naturale vista, osservata in un determinato ambiente ma, oggi diremmo, di miniaturizzare questi elementi e quindi di creare un effetto di trasformazione della scala per cui un piccolo sasso diventa una montagna ed un giardino, che si osservi dall’alto, diventa le sponde di un’isola e addirittura, in qualche caso, un arcipelago.
 
Tutti conosciamo i giardini giapponesi, i giardini zen che sono quasi sempre degli spazi rettangolari in cui sono disegnati dei paesaggi. In essi è rappresentato soprattutto il mare che viene pettinato con un rastrello che su una superficie di piccoli ciottoli disegna onde simili a quelle del mare. I giardini zen curano in modo particolare l’aspetto della transizione tra la terra e l’acqua raggiungendo raffinatezze veramente straordinarie.
La particolarità della sensibilità orientale sta nel fatto di avere un rapporto con la natura diverso dal nostro. Un rapporto che subisce moltissimo l’influenza della scala. Un oggetto può essere interpretato sia per la dimensione che constatiamo toccandolo con mano, sia per la scala immaginaria capace di renderlo grandissimo o piccolissimo e nel momento in cui diventa grandissimo produce una sorta di miracolo per cui ciò che aveva dimensioni limitate diventa un paesaggio sterminato.
 
Questo atteggiamento di trasformazione profonda e di invito alla riflessione, alla meditazione di fronte alle cose della nostra esperienza quotidiana è stato pienamente recepito da Lughia in queste sue composizioni che ci raccontano di materie che siamo abituati a vedere, tipiche anche del mondo occidentale. Non c’è in Lughia una predilezione per determinati sassi. Si vede proprio che questa sua raccolta è stata fatta alla ricerca di oggetti naturali il cui significato travalicasse quello immediato, banale dell’oggetto fisico.
 
C’è anche una sorta di accumulazione di esperienze, Lughia ci racconta le emozioni che ha provato trovando nella natura questi sassi di cui evidentemente si è appropriata per farne qualcosa di vivente, di personale. Le civiltà orientali, più che non quelle occidentali, attribuiscono alle cose materiali un’anima. Questo è esattamente quello che Lughia fa. Da una parte cerca i sassi, dall’altra li compone con il grande insegnamento che viene dall’osservazione della terra recuperando in qualche modo alcune valenze di quell’arte preistorica che noi oggi osserviamo come qualcosa di lontanissimo da noi, ma che a volte sentiamo attualissimo per il respiro cosmico che l’arte iniziale dell’uomo ha avuto. Penso a monumenti megalitici come Stonehenge, ai meravigliosi dolmen che si trovano anche in Italia soprattutto in Puglia, a quelle formidabili sequenze di obelischi che si trovano nella Francia settentrionale, in Bretannia ma anche in Cornovaglia, dando la sensazione che il mare non divida ma unisca due terre relativamente vicine. Queste disseminazioni di elementi megalitici, di pietre erette sono sicuramente tra gli elementi che hanno ispirato questo ordine cosmico che si rintraccia nelle composizioni di Lughia. Un ordine cosmico che rispetta le forme elementari, la forma della spirale per esempio che si ritrova spesso nella lavorazione che viene effettuata sulla sabbia o quella dei cerchi concentrici o quella delle onde.
 
Poi ci sono “eventi”. In queste composizioni si ha spesso l’impressione che sia successo qualcosa, una sorta di frana, un venire a mancare della materia. Piuttosto che una forma perfetta, assoluta, di equilibrio, viene rappresentata una forma modificata. E’ questo un aspetto interessante perché fa parte di un racconto. Il modo in cui le sue composizioni sono illuminate fa capire quanta importanza abbia la luce, una luce che sembra appartenere alla materia stessa. Tipico in questo senso è l’alabastro così come certe sabbie metallizzate che danno la sensazione di una luminosità interna.
 
Con Lughia siamo di fronte all’aspetto positivo della mondializzazione, non certo a quello che caratterizza per taluni versi l’economia. Questo vuol dire che certi processi, pericolosi in un campo, la cultura li riscatta, li fa propri. D’altra parte la mondializzazione della cultura è un fenomeno che esiste da quando esiste l’uomo sulla terra perché l’esigenza dello scambio, dell’incontro, del dialogo è un’esigenza irrinunciabile dell’anima umana.
 
                                                                                                                    Paolo Portoghesi