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Lucia Cenni

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Il principe di pietra
 
C’era una volta un bosco di betulle, no di abeti, no di larici, c’era una volta, “un pezzo di legno”, no ancora non ci siamo, c’erano tanti sassi di granito, naturali sculture di pietra e ci sono ancora.
Esiste una piccola isola nel Mediterraneo a forma di collina, un pan di zucchero, disseminato di grossi macigni che lo tingono di rosa da cima a fondo, quando si tuffano in un mare turchese.
Ciascun sasso è una casa perché qui, nel paese di “Iride”, non esistono tetti convenzionali o porte e finestre come siamo abituati a vedere, ci sono solo pietre, più o meno grandi, più o meno tondeggianti, più o meno scavate che offrono rifugio ai meravigliosi personaggi della fantasia.
Un profumo intenso di resine, stillate da arbusti sempreverdi, avvolge intrigati viottoli che conducono alle abitazioni, alle piazzette, alle cattedrali, ai palazzi disegnati e costruiti, dall’incessante lavoro del sole, del vento e della pioggia.
Nella parte più alta dell’isola, vigilano grossi falchi, anch’essi di pietra, sono le massime autorità del paese. Essi scrutano sempre il mare e nulla sfugge ai loro occhi, i grandi buchi vuoti scavati nel granito che luccicano al sole, in caso di pericolo e quando…..vedremo poi.
Gli abitanti del posto sono invisibili agli occhi umani, così ognuno di noi, è libero di immaginarli come vuole, alti, bassi , di vetro o di latta, brutti o belli; per me sono molli e tondi, con piedi larghissimi per consentire loro di camminare sul terreno accidentato, ognuno è di colore diverso dall’altro perciò, se si muovono velocemente e in gruppo, formano deliziosi arcobaleni. Piccoli di statura per ripararsi all’ombra dei cespugli, sono chiacchieroni e pettegoli, né invidiosi, né litigiosi, trascorrono la maggior parte del tempo all’aperto, lisciandosi le tonde pance con larghe mani attaccate a corte braccia, oppure fanno lunghi bagni nel mare. Sull’isola la buona stagione dura quasi tutto l’anno ed i nostri amici ne approfittano per galleggiare sull’acqua , non hanno infatti bisogno di nuotare, così strutturati, sono come leggeri palloni, cosa che consente loro di trascorrere a mollo ore ed ore. Le rare piogge, li spaventano e li infastidiscono, allora si riuniscono tutti insieme e, tenendosi per mano, formano un grande girotondo con il quale abbracciano la loro isola, quasi a volerla proteggere. Guardano il mare divenuto limaccioso, con occhi grandi e verdi come fili d’erba e piangono lacrime che, toccata terra, si trasformano in sassolini di granito rosa scuro, quasi volessero colorare il grigio di queste insolite , tristi, giornate.
I più divertenti sono i bambini, a loro si vedono quasi soltanto i piedi, quando nascono hanno infatti, un corpo piccolo e trasparente come alabastro e piedi grandi, simili a due enormi foglie di fico d’india, ma lisce e soffici. Possono subito camminare sulle pietre e non è raro vederli correre in cima a qualche casa-masso, o lungo i viottoli.
Non so quanti siano gli abitanti di “Iride”, so che quando sono stanchi di vivere, i falchi luccicano gli occhi e li trasformano in pietre per un periodo più o meno lungo, poi di nuovo un luccichio e la pietra torna ad essere uno dei simpatici pàncioli dagli occhi verdi, così in un divenire infinito.
Senza tempo sembrano essere anche le notti di luna piena quando i nostri amici rimangono svegli fino all’alba raccontandosi storie vere o verosimili accadute sulla loro terra, tra le tante una in particolare continua ad affascinarli, parla di uno struggente amore del quale sono stati tutti testimoni.
 
Si narra che in un giorno lontano, ma non troppo, apparve sul mare una piccola imbarcazione, un gozzo bianco con una striscia azzurra dipinta lungo le fiancate che leggero ed elegante come una piuma di gabbiano fendeva le acque tranquille e si avvicinava all’isola. A bordo viaggiava una signora bionda, anche lei con gli occhi verdi, anche lei piccola e rotonda. Spento il motore, l’imbarcazione toccò la riva, la signora, vestita di un succinto costume bianco, scese, poi fatto un bel bagno, cominciò a raccogliere conchiglie e sassolini lungo la spiaggia.
I falchi la tenevano d’occhio, ma non più di tanto, erano abituati a vedere spogliare l’isola dai “piedi secchi”, cioè dagli umani, di fiori, piante, terra, pietre ecc., ecc.
La signora però, raccoglieva un po’ troppo e non solo piccoli sassi, ma anche grandi blocchi di granito, i falchi fecero allora brillare i loro occhi e gli abitanti di “Iride” si misero in agitazione.
Scesero sulla spiaggia, circondarono la “piedi secchi” e cercarono di mandarla via, ma essendo invisibili non riuscirono ad ottenere attenzione, fecero anche il girotondo, si rotolarono per terra e sul mare, chiacchierarono fino a seccarsi la gola, ma niente di niente, i sassi continuavano ad essere ammucchiati vicino alla barca, pronti per essere portati via.
Uno di loro, un elegante pànciolo color grigio perla, prese per mano la signora per ricondurla alla barca, ma lei non si accorse di nulla; tranquilla si sedette e cominciò a guardare i sassi uno ad uno, li stringeva tra le mani con delicatezza ,quasi volesse accarezzarli, poi lentamente si alzò e cominciò a formare con essi, disegni sulla sabbia.
I suoi movimenti avevano un che di antico, quasi una lenta danza rituale, il volto era disteso con un accenno di sorriso, mentre le mani davano forma a spirali, a cerchi concentrici, a pinnacoli, che rimandavano ad altri mondi, ad altri spazi, ad altre dimensioni.
Il pànciolo grigio guardava affascinato e teneva ancora stretta tra le sue , la mano di quella bionda creatura, che non distruggeva, non rubava, ma al contrario, costruiva, inventava, fantasticava. Rapito, cercava gli occhi di lei, voleva essere visto, voleva parlarle, ma niente da fare, era così bella e morbida e gioiosa e affettuosa, il povero Pànciolo si stava innamorando senza speranza.
Un sentimento,   l’amore, sul quale aveva sentito tante storie al chiaro di luna, ma che non aveva mai provato, sì qualche volta aveva sussultato al passaggio di una panciona più sexi di un’altra, ma l’amore, quello vero, quello per il quale si soffre, per il quale ci si annienta , quello non lo aveva conosciuto mai. Era arrivato ora , per la bella sconosciuta, per la straniera, lei era la sua principessa arrivata dal mare sulla barca bianca, la fata di tutte la fiabe e, consapevole di non poterla avere, pianse. Dai suoi occhi, cominciarono a scendere lacrime che formarono ben presto un piccolo mucchietto di pietruzze rosa, pianse fino ad essere stanco di vivere, così mentre lei giocava, lui, per la legge dell’isola, veniva trasformato in un pezzo di granito.
Solo allora la principessa si accorse di lui, lo accarezzò con le dita lunghe e sottili, poi parlando a voce alta , gli promise di portarlo con sé, di rapirlo all’isola, perché quel sasso la commuoveva .Ora era Pànciolo, divenuto un pezzo di granito, a non accorgersi di lei, a non capire, a non sentire, ma gli abitanti di “Iride”, guardarono i falchi, per chiedere loro che il sasso potesse godere di tanta ammirazione e così fu.. Pur non potendo esprimerlo, Pànciolo sentiva finalmente le carezze della sua innamorata, docile, felice la seguì sulla barca e attraversarono il mare stretti l’uno all’altra fino a casa di lei.
Oggi lui si trova in un piccolo-grande mondo di sabbia e sassi che la fata bionda gli ha costruito intorno , un mondo lontano dall’isola, senza acqua del mare, senza amici, senza la possibilità di riprendere vita al luccichio dei falchi, ma è felice Pànciolo, perché vive in un microcosmo nato dall’amore e per amore dove anche i sassi hanno un’anima.
 
                                                                                                        Lucia Cenni