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Lorenzo Ostuni

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Pietre dell’anima
 
Solo le pietre dell’anima possono evidenziare l’anima della pietra.
Lughia, esentata da ogni razionalizzazione, conosce e attua questo principio in maniera stupefacente nelle sue composizioni circolari di pietre e sabbia. Cerchi sacri dove ciascuno percepisce indecifrabili incanti, capaci di parlare dell’anima senza scivolare nelle insulse antinomie se essa sia mortale o immortale. Questi piatti di sabbia e ciottoli presentano l’anima senza dibattere sulla sua persistenza. E lo stupore sta qui: l’anima in sé, non la sua durata. Tuttavia sappiamo dal fondo del nostro essere che ciò che è istantaneo è intrinsecamente perpetuo.
La pietra è la massima condensazione della materia, la sabbia è il suo massimo dissolvimento. Lughia lavora francescanamente su queste strutture primarie del pianeta ( e di ogni pianeta) con la disarmante semplicità di un antico e misterioso amanuense. Crea piatti d’arte e di mito. Crea riti come paesaggi, ma evita ogni paesaggio di rito. E sa generare la sorpresa come essenza pura.
 
Platone scrisse nel Simposio: “L’amore nell’attimo, ha tendenza ad essere in possesso del bene e del bello per sempre”.
 
Ogni piatto è un mandala di perfetta politesse, ma dalle simmetrie infrante.
Lo sappiamo, i mandala possono essere concettualmente e operativamente infiniti, perché non c’è fine alle forme circolari reali, possibili o impossibili …….. eppure i piatti mandalici di Lughia sono “quelli” e nient’altro che “quelli”, forme pure della memoria planetaria emerse attraverso questa limpidissima geologia immaginante la dea madre. Lettere scritte dalla memoria planetaria alla più schiva delle coscienze, alla più meditante delle sensibilità, all’arte simbolica e serafica della pietra e della sabbia.
Arte volatile e sedimentaria, arenili mistici della roccia e del granello, aree piene e aure vuote: di nome Lughia.
La pietra e l’anima rappresentano un doppio movimento di ascesa e discesa. L’anima nasce da Dio e ritorna a Dio. La pietra greggia discende dal cielo e, trasmutata dagli elementi, si eleva verso il cielo, come scoglio, montagna, tempio….. Il tempio, naturale o umano che sia, deve essere costruito con pietra greggia e non con pietra tagliata: nell’Esodo (20,25) sta scritto “levando il tuo scalpello sulla pietra la renderai profana”.
Nessuno degli inconsueti arenili mandalici di Lughia, in nessun istante, diventa profano.
Sono minuscoli e sconfinati panorami alcalini, privi completamente di acidità. Potrebbero guarire più di una tossicosi.
La pietra greggia fu considerata anticamente come androgina, essendo l’androginìa la perfezione finale dello stato primordiale. Se tagliata, i principi maschile e femminile si separano perdendosi nella deriva del non amore.
Gli arenili di Lughia sono preghiere.
Preghiere a un dio invisibile e onnipresente. Preghiere terrestri a un dio celeste. Preghiere silenziose a un dio silente. Preghiere di calma passione per l’eterno.
 
I mandala fisici e metafisici di Lughia sono arcobaleni: mettono in relazione terra e cielo. Sono piatti oracolari di un’arte geomantica, sono cifre immacolate della qualità dell’essere. Evocano, nella grande taciturnità, le voci veggenti della Sibilla Libica e della Sibilla Hellespontica. Sono piste d’atterraggio atte a proteggere la precipitosa caduta di Icaro, dopo la sua inconsolabile malaventura solare.
Fragili, fragilissime opere della perpetuità. Delicatissime guance terrene dell’essere. Dune cangianti della nostalgia che si fa madre.
Eccole nelle mie pupille quelle orografie transfinite, eccole immolate nella lucentezza del chiar-vedere, nell’indicibile fondo dell’amore.
Eccole, dove velare e celare sono sorelle impossibili, benché gemelle. Chi soffia sull’irrealtà? Forse l’eco dello Spirito?
Sono pietre. Sono sabbia. Sono luce.
 
                                                                                                                   Lorenzo Ostuni




LUGHIA: Ante petram, in petra, post petram
La forma, l’orma, la norma
 
In un’epoca in cui il “deforme umano” è la sostanza e il “difforme umano” è la parvenza, Lughia cerca, concepisce ed esegue “la forma umana”,
Pronunciare “forma umana” è spalancare scenari molteplici, multipli e moltiplicanti, che Luglia con motivazioni rappresentative e finalismi replicativi affronta e genera ininterrottamente fino alla stupefazione, fino alla ripetibilità dell’irripetibile, fino alla riproposizione dell’improponibile. E la sorpresa immemoriale di aree percepite innemonicamente affiora da queste opere come il soffione da un cratere perduto, innominato.
Cercare dell’umano la “forma” è fare i conti d’ombra con il “disforme” e il “difforme”: e fare i conti di luce con l’”informe” e, il “transforme”: nel primo caso scoppia la “diamorfosi”, nel secondo esplode la “metamorfosi”: è qui la subconscia strategia di Luglia !. E’ qui che l’artista ci coinvolge estemporaneamente nella poetica dello sbigottire.
Dove sono le tracce? Nell’ineffabilità dell’inapparente apparso, dove si fa corpo solo l’incorporeo. In verità, Lughia evoca e dipinge “il fantasma”o meglio “il phantasma”. In una società palesemente disumana la “forma umana” è nient’altro che “il phantasma”: l’artista lo coglie, lo elucubra e lo fa. Il phantasma di Luglia è un elemento intermedio tra l’istinto e il pensiero: concerne inesorabilmente il contenuto primario dei processi mentali, profondi poco propensi a farsi espressione, ma, qui, pronti a darsi sembianza e farsi ossessionante apparire, Luglia vede ciò per cui è cieca. La cecità si ripropone di resistere al vampirismo della realtà sensoria creando una forma umana extrasensoria: la cecità produce il phantasma, e il phantasma partorisce la sua estetica ritornante, ricorsiva e gremita di imperturbabili replicanti. La matrice, la forma prima è l’uovo: l’impossibile madre del phantasma possibile, anzi necessario. La forma è il quantum. Ed è così che il phantasma lughiano diventa la particella di una metafisica quantistica?. Le sue memorie dell’assoluto diventano, capovolgendosi, previsioni dell’insolubile: tra “solitudo” e “andamenti collettivi lenti e ineluttabili”, tutto fugge verso il punto Zero.
E in questo presagio del Vuoto Finale, l’autrice crea l’En-te”: il “dentro di te”. La neolitica Lughia mette fine all’età della pietra (e della sabbia) e si inerpica inerme e sghignazzante lungo i sentieri feriti della torturante esistenzialità. Basteranno le fantasie primarie per esistere? Basteranno le fantasie magiche per far poesia? La sua risposta disarma: è uno strafottente si. Da neofita a neomistica! Dal prealfabeto della pietra all’antialfabeto della forma. Tutto nasce dal punto zero e al punto zero ritorna. E la nostra pittrice gioca alla commedia dell’arte, dove la posta in palio è l’invisibilità che sfata se stessa e si contorce in parvenza inattesa, indispensabile. La pietra diventa forma, Luglia diventa autorevole. La sabbia diventa firma, Luglia diventa amorevole. E poi? La forma diventa orma . E l’orma fa la norma .
Tutto l’universo è fatto di “quanti”: tutto il vivente è fatto di forme umane. Quando la forma umana ci raggiunge nel suo mistero a chi appellarsi, a cosa aggrapparsi? Alla norma-forma. E la forma è una tenera bimba che una cinguettante madre ha messo al mondo. Una, dieci, cento, mille tenere forme lughiane invadono la nostra retina e il nostro campo percettivo, senza richiedere altro che cenni di stupore, batterdocchi a prova d’amore.
Più in là, in un angolo, tra tanto plumbeo, geme il dolore. E oltre, in un angolo del dolore, giace segreta la compassione.
Grazie, amica giocoliera d’empietà! Conquistaci, “phantasma amoris”!
 
                                                                                                                            Lorenzo Ostuni