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Giuseppe Salerno

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Architetture di Sabbia
 
Da quando l’uomo abita la terra l’idea della terra è nel profondo d’ogni anima. Un rapporto spesso conflittuale: la terra circonda l’uomo e questi manifesta il proprio istinto di possesso forzando e cercando di sottomettere una natura che inevitabilmente, ogni volta, si riappropria dei suoi spazi avvolgenti. Tra il rifiuto di sentirsi posseduti ed il desiderio di possedere trova spazio un sentire nuovo, quello d’esser parte di un tutt’uno armonico ed inscindibile dove ogni respiro della terra va attentamente ascoltato per respirare con essa. E’ con questa coscienza che nasce il lavoro di Lughia, un’artista che mette in mostra il profondo della propria anima fatto di amore per quella madre terra che la accoglie ed in cui si riconosce.
 
I sassi, ovunque si trovino, lasciano che Lughia li scovi, li sfiori con gli occhi seguendone le venature più recondite e poi li accarezzi con le mani sino a condividerne intimamente la struttura. Chi non ha mai ceduto all’istinto di raccogliere sassi? Per ammirarne le forme arrotondate, per ricercarne le particolarità, portarli a casa e riporli poi in un cassetto, per collezionarli e catalogarli o magari soltanto per scagliarli lontano. Per creare cerchi concentrici lasciandoli cadere nell’immobilità di uno stagno, per vederli, quelli piatti, rimbalzare ripetutamente sullo specchio d’acqua di un lago, per far loro attraversare le onde del mare prima che si infrangano sulla spiaggia o per vederli percorrere in aria la distanza più lunga. Gesti spontanei che ci riportano ogni volta all’infanzia lontana. Desiderio di conoscenza? Istinto di possesso? Bisogno di affermazione? Ricerca del limite? Il rapporto tra essere umano e universo si va dispiegando spesso proprio a partire dal contatto fisico con il sasso. Un rapporto di conoscenza per il sasso in se stesso che rapidamente, troppo rapidamente, diviene poi soltanto un tramite per le nostre misurazioni. Per i più si esaurisce in breve quel rapporto d’amore che Lughia ha coltivato per tutta la vita.
 
Sin da bambina è irresistibilmente attratta dai sassi. Le sue origini legate alle asprezze della terra di Sardegna, poi un’infanzia trascorsa ad immaginare mondi fantastici sul greto del Piave tra sassi levigati dallo scorrere incessante delle acque. L’adolescenza divisa tra le concretezze del quotidiano ed il sogno mai dismesso di luoghi sereni, quasi estranei alla presenza inquinante dell’uomo. Il suo viaggiare nello spazio in terre lontane per cogliere, al di là delle diversità, l’appartenenza ad un unicum che il tempo le farà scoprire nel profondo della propria anima. Il suo viaggiare con la mente verso l’essenzialità delle cose. L’amore per i sassi e per le sabbie, ciò che di essi resta in un divenire durato millenni, accompagna, in un crescendo incontenibile, la sua vita “normale”. Collezionista di scenari vissuti con gli occhi umidi della partecipazione, ad ogni sua scoperta si replica un incontro d’amore nel quale materia, colore e forma pervadono totalmente il pensiero sin tanto ché, soggetto ed oggetto assurgono a unità inscindibile.
 
Se è vero che per ogni cosa c’è un momento, per Lughia la scintilla che la porta oggi ad esternare in modo continuativo e prorompente accumuli e maturazioni di un’esistenza sin qui vissuta in un’attesa inconsapevole è scoccata nel borgo di Calcata, al rientro dal suo primo ritorno in Sardegna. Ogni luogo è predestinato ad accogliere ciò che esso stesso richiama. Fisici o mentali, i luoghi sono ambiti più o meno ristretti che esercitano un condizionamento forte, capace di determinare l’azione così come l’inazione, la vita così come la morte. Un luogo ha il potere di stimolare, favorire, accelerare, esaltare un processo ma anche di inibirlo, ostacolarlo, rallentarlo, porvi fine. I luoghi non sono ininfluenti. In essi, da dentro, appaiono talvolta appena percepibili i confini lontani con i quali ci confrontiamo. Altre volte sentiamo la costrizione di mura invalicabili. All’interno di ogni luogo scorre comunque sempre, incessante, il divenire di cui siamo allo stesso tempo attori e spettatori. Esistono luoghi dai confini sfumati. Nature che, se pur fortemente connotate, lasciano spazio al pensiero errante. Luoghi “aperti”, luoghi della fantasia dove tutto è spunto, ogni respiro è un suggerimento. In Lughia l’incontro tra mondi interiori lungamente coccolati ed ambienti fortemente catalizzatori di energie determina le condizioni perché i pensieri diano luogo a rappresentazioni reali.
 
Sottratte al caos, le singole entità divengono così, nelle sue mani, elementi di composizioni istintive, magiche, partorite in uno stato dove il pensiero mai si discosta dal gesto. Migliaia di sassi raccolti per decenni in ogni angolo della terra divengono oggi, insieme a sabbie anch’esse d’ogni provenienza, elementi per realizzazioni di grande impatto. In breve prendono corpo paesaggi raffinati che, nella loro estrema purezza, testimoniano la caducità della materia. I merletti di sabbia che l’amore di Lughia realizza e che si dissolvono al più lieve tremore, ad ogni alito di vento, sono il segno dell’impossibilità del lasciare tracce, lontane da ogni trasformazione. L’azione umana si annulla nel tempo ed ogni parto sempre torna alla terra che tutto genera. L’eterno manifestarsi in tempi, luoghi e sembianze diverse di energie partecipi di una natura unica, ci fa riconoscere nel “divenire” tout court il senso profondo della vita. Dietro l’apparente immobilismo delle pietre affiora, in ogni sua architettura, la leggibilità del processo, lento ed ineluttabile, di trasformazione insito nella natura d’ogni cosa. Un processo la cui lettura genera emozioni profonde che pervadono l’anima facendola vibrare libera da ogni costrizione. L’acquisita coscienza del divenire incondizionato quale fondamento di vita, ci sottrae alle vicende del quotidiano e ci riporta ad una dimensione estranea al tempo ed al luogo, dove aleggiano, tra continui ritorni, universi immensi ed eterni. Una dimensione di vuoto, di assenza che comprende ogni divenire si sovrappone alla nostra anima che, ormai serena, vaga.
 
Il linguaggio di Lughia è essenziale, fatto di sostanza che, sgretolandosi, si spoglia nel tempo della forma originaria e di segni ancestrali che nel tempo ogni volta si ricompongono. Le tracce del suo intervento, l’accarezzare, il segnare lievemente la sabbia, sono destinate anch’esse a scomparire. Ama stringere tra le mani la sabbia. E questa non è certo possessività, ma condivisione. Lughia è consapevole che sarà quella sabbia, prima o poi, ad impossessarsi di lei. Definisce i suoi lavori “frammenti della mia anima” e non ama parlare dell’universo in essi rappresentato. “Non ha senso – sostiene - bloccare con parole un pensiero in evoluzione” e lo lascia invece interamente fluire in opere anch’esse, per la precarietà che le contraddistingue, in continuo divenire. In lei pensiero ed azione sono un tutt’uno che si manifesta in un pugno di attimi creativi durante i quali si isola totalmente dal mondo per identificarsi massimamente con esso. Ogni sua composizione, nata e sviluppatasi in modo assolutamente istintivo, è destinata a non permanere immutata nel tempo. Sono, i suoi, luoghi della mente, architetture della memoria dove abitano le emozioni; mondi-sculture che emanano energie profonde, quelle proprie degli archetipi che in essi campeggiano.
 
Lughia non ama definirsi artista. Non ama riconoscersi nel tormento e nell’inquietudine che contraddistingue quell’arte che continuamente è alla ricerca di contenuti e modalità che possano determinare nuove aperture, suscitare nuove emozioni. La sola ricerca che Lughia conduce sin da bambina è quella dei sassi. O meglio, come Lughia sostiene, sono i sassi da sempre a cercare lei. Ore ed ore trascorse a passeggiare lungo il greto dei fiumi o lungo i sentieri di montagna per rispondere al richiamo di poche pietre, soltanto quelle, da raccogliere, accarezzare e custodire poi gelosamente per tutta la vita.
 
Con Lughia il rapporto artista/società si ribalta. Lughia non pone, come gran parte dell’arte contemporanea, interrogativi, non scandalizza, non destabilizza, non genera quella che Bonito Oliva ha definito “antipatia”. Lughia crea piuttosto luoghi che soddisfano il profondo bisogno di spiritualità, che vanno incontro a quella ricerca di trascendente che caratterizza questa nostra società inquieta in cerca di risposte a domande spesso non formulate. In Lughia non vi è l’ansia ed il tormento dell’artista ma dai suoi lavori traspare piuttosto la gioia e la serenità di chi non ricerca ma assai più semplicemente esprime verità assolute che travalicano la sua coscienza. Lughia, che non si pone interrogativi, lavora su livelli della coscienza molto profondi che ignorano le contingenze del quotidiano. Viaggia nell’assoluto e nell’assoluto non c’è dubbio, non c’è inquietudine. Non c’è evoluzione, né involuzione. L’assoluto comprende tutto e dà risposta a tutto, una risposta sempre uguale ad ogni interrogativo. I suoi paesaggi vivono in un tempo sospeso dove il divenire lento e inesorabile si rapporta all’immobilità dell’eterno. Lughia non cura oltre il necessario gli aspetti di carattere formale legati all’esigenza di dar parvenza a questo assoluto. Un assoluto che può assumere qualunque sembianza. L’assoluto è tutto, è sempre, è in ogni luogo. E’ fuori del luogo, è fuori del tempo. L’assoluto ignora la dimensione spaziale e temporale in quanto le comprende entrambe. Ecco dunque che questi aspetti puramente formali possono risultare marginali, scarsamente significanti rispetto al senso assai profondo sotteso da ogni lavoro.
 
Le opere di Lughia non hanno un titolo. Non hanno bisogno di essere ulteriormente definite con parole che ne condizionerebbero la lettura offrendo allo spettatore pigro e disattento quelle certezze ricercate da chi vuol permanere nel proprio ruolo passivo. Gabbie verbali non si addicono ad opere che non sono oggetto di interpretazione. Ogni composizione di Lughia vibra, ha una propria emissione di energia che diffonde atmosfere percepibili con l’anima, ma soltanto quando si sia messa a riposo la mente. Non dunque interpretativa ma contemplativa è la disposizione richiesta da queste opere.
 
I ritmi naturali che hanno accompagnato la vita dell’uomo sulla terra sono stati fortemente compromessi, nel ventesimo secolo, dall’esasperata ricerca di velocità sempre crescenti. L’inarrestabile compressione del rapporto spazio/tempo ha indotto progressive modificazioni nei processi percettivi fintanto che, con la comunicazione a distanza in tempo reale, si è determinato, tanto nell’azione che nel pensiero, l’annullamento della “dimensione viaggio”, vale a dire l’annullamento dell’insieme dei percorsi fisici e mentali che da sempre caratterizzano il cammino dell’uomo verso un obiettivo. Il trasferimento in tempo reale di immagini, suoni e parole ha fatto sì che al desiderio, sempre più frequentemente, abbia fatto seguito, senza soluzione di continuità, la sua soddisfazione. Questa continua accelerazione, che da oltre un secolo stravolge drammaticamente il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, ha intaccato prepotentemente i processi mentali. Il presente, persa ogni autonomia, è sempre più il luogo dove passato e futuro coesistono. Ogni soggettivo futuro possibile viene immediatamente attualizzato ed ogni percorso risulta così annullato. Il desiderio e la sua realizzazione coincidono in un istante. Il pensiero di andare coincide con l’esserci e la storia di millenni è ricondotta ad un frammento d’esistenza. Nonostante ciò il processo del desiderare, del volere, del tender verso, pur se fortemente compresso, permane in quanto non si realizza ancora identificazione assoluta con l’istante, con il tutto che in quell’istante è. La memoria di una dimensione dilatata, che appartiene al passato ed ha caratterizzato la vita ed il pensiero dell’uomo per millenni, resta. Ecco dunque che la traccia di processi mentali profondamente radicati porta, lì dove la realizzabilità delle cose non c’è, ad un vuoto assolutamente incolmabile tra il desiderio e la sua realizzazione. Non ci si identifica più con ciò che ci circonda ed il comportamento nevrotico guadagna terreno. Il “tutto e subito” permea il pensiero quotidiano mentre l’impossibilità genera nevrosi. La dimensione viaggio è da sempre il percorso che va verso le cose. La vita stessa è dimensione viaggio. Annullare il viaggio è annullare la vita. E’ facile comprendere la perdita di valore della vita in una società dove l’esistenza è ridotta ad un susseguirsi di fotogrammi slegati e privi di prospettiva. Identificarsi con l’universo, con l’assoluto, annullando soltanto in questo modo ogni andare verso, è questo soltanto che ci avvicina alla coscienza del sé, alla coscienza di esistere. Quindi la vita come esistenza, come essere. La dimensione della meditazione, dell’identificazione e dell’annullamento restituisce all’essere la sua umanità. I lavori di Lughia ci portano a riconsiderare la dimensione viaggio per arrivare poi, seguendo il percorso più giusto, al suo superamento. Sono lavori apparentemente statici, dove l’immobilità della pietra nasconde ed allo stesso tempo immediatamente svela, ad un cuore attento, il senso del continuo divenire, della trasformazione senza fine. Un divenire che riattiva percorsi interiori, mentali, che fornisce linfa vitale ad un sentire sopito, sottraendolo alle trasformazioni del quotidiano ed elevandolo a livelli altri. 
 
Una speciale alchimia interna a ciascuna opera di Lughia conferisce loro l’insolito potere di stabilire a livelli diversi il proprio rapporto con l’osservatore. Livelli diversi di comunicazione che tutti determinano un risettaggio degli equilibri interni all’osservatore. Un vero e proprio percorso di crescita e di armonizzazione. Un livello di percezione più immediato, puramente estetico, dove l’armonia generata da composizioni attente e da accostamenti cromatici raffinati appaga gli occhi e la mente. Tale tipo di fruizione si fonda su una particolare attenzione per le materie che compongono l’opera ed induce un diverso, nuovo o rinnovato interesse per elementi naturali, le pietre e le terre, che ci circondano e che ogni giorno calpestiamo. Noi e l’opera manteniamo entità separate mentre cresce la considerazione ed il rispetto per l’altro da sé. Vi è poi un livello nel quale entriamo nell’opera per depositarvi ciascuno il proprio vissuto e riconoscere quindi i luoghi, dare un nome alle forme, lasciar affiorare i ricordi, anche i più lontani. L’opera diviene allora uno specchio, lo specchio del nostro quotidiano. In questo proiettare se stessi c’è il lasciar riaffiorare alla coscienza un vissuto talvolta rimosso, c’è il vedere di nuovo, c’è il poter ri-vedere. L’altro da sé diviene oggetto di una attenzione e considerazione su noi stessi, capace di determinare cambiamenti altrimenti impensati.   Infine, ed è certamente questo l’aspetto più interessante, l’opera di Lughia è in grado di entrare in contatto con l’osservatore ad un livello assai profondo. L’energia che irradia ciascuna opera pervade interamente la nostra anima e ci porta a sentire il respiro dell’opera stessa sino a farci toccare le radici antiche della nostra appartenenza alla madre terra. Un cammino percorso in un pugno d’attimi ci riporta con il cuore al momento della creazione di mondi dei quali abbiamo perso la dimensione. La nostra anima si espande per essere sabbia, enormi distese di sabbia e pietre, immense montagne di pietra nel silenzio di spazi senza tempo. L’opera svanisce e siamo, finalmente, soltanto universo. In questo senso l’Arte di Lughia può essere definita trans-emotionale. La poesia essenziale che pervade i suoi lavori consente infatti di stabilire con essi un rapporto che scavalca ogni rete simbolica e ci conduce a vivere direttamente la madre di tutte le emozioni, l’identificazione con l’universo ed il suo equilibrio.
 
Un percorso terapeutico perfettamente rappresentato nella struttura che accoglie nel Borgo di Calcata l’esposizione permanente dei suoi lavori. Struttura che, in sintonia con l’intera produzione di questa artista, è essa stessa un’opera d’arte. Un’opera armonica, funzionale alla migliore trasmissione delle emozioni che ogni sua composizione suscita. Il lento attraversamento di ambienti che, per conformazione ed allestimento, sottendono a tre momenti di un percorso mentale, si configura come itinerario che dalla esteriorità delle cose ci porta a ricercare il senso più profondo dell’esistenza. Un percorso di progressiva introiezione alla riscoperta del sé. Una ricerca mediata dal rapporto con rappresentazioni di mondi che nella loro apparente immobilità esprimono a pieno l’inarrestabile divenire delle cose. Mondi che divengono luoghi di proiezione di quanto emerge dal nostro profondo. Allo stupore ed alla meraviglia per ciò che ci circonda, si sostituisce nella seconda stanza un rapporto più profondo, intenso ed esclusivo con universi che scopriamo disponibili ad accogliere ogni nostro linguaggio ed a risvegliare in noi emozioni serene e antiche. Poi nel terzo ambiente, in un tendere verso le viscere della terra suggerito dalla presenza di cisterne secolari, lontani ormai dalle frequentazioni quotidiane, si stabilisce un contatto con gli elementi primordiali, le sabbie ed i sassi, nella loro assolutezza. Un incontro in un luogo avvolgente, ricco di antiche presenze, privo di asperità, una sorta di guscio rassicurante dove la ritrovata coscienza d’essere si annulla in rapporto all’assoluto.
 
                                                                                                                    Giuseppe Salerno




Memorie dell’Assoluto
 
Se molta arte contemporanea pone interrogativi, Lughia crea piuttosto luoghi che, nel soddisfare un bisogno profondo di spiritualità, vanno incontro a quanti, in questa società inquieta, sono alla ricerca di risposte a domande spesso non formulate. Dai suoi lavori traspare la gioia e la serenità di chi non ricerca ma, con semplicità, esprime verità assolute che travalicano la sua stessa coscienza.
 
In una terra antica, la sua Sardegna, l’artista affonda radici che, ignorando i confini lambiti dal mare, ristabiliscono in profondità collegamenti con mondi lontani un tempo connessi. Un DNA, il suo, nel quale si racchiude l’intera vicenda umana, della terra e del cielo. Affioramenti inconsapevoli, generati da una coscienza silente di appartenenza e di imprescindibilità, connotano i suoi lavori.
 
Lughia produce arte che, svincolata da ogni progettualità, è frutto di visioni illuminanti alla cui rappresentazione perviene attraverso processi complessi, gestiti in modo spontaneo, istintuale. Incurante della tecnica, il suo fare è una sorta di vortice pronto a risucchiare ciò che incontra. Una sperimentazione che, finalizzata a dare consistenza all’originaria visualizzazione, mai si risolve in pura ricerca.
 
Il suo è un viaggio nell’assoluto, lì dove non c’è dubbio, non c’è inquietudine, non c’è evoluzione, né involuzione. Un assoluto che tutto comprende e a tutto dà una risposta sempre uguale. 
 
Di fronte alle “Architetture di sabbia” precipitiamo dolcemente nelle dimensioni dell’eterno e dell’infinito dove si fa strada la consapevolezza che la realtà intorno a noi è in progressiva, inarrestabile trasformazione e che la fine apparente di ogni consistenza prelude, senza soluzione di continuità, a manifestazioni sempre diverse di energia che si rinnova. La pietra si sfalda e nei millenni produce sabbia che, ricompattandosi, genera forme prima inesistenti e pronte, infinite volte ancora, a lasciarsi consumare.
 
In Lughia c’è la consapevolezza che la realtà non può essere oggetto di possesso esclusivo e “per sempre” da parte di alcuno. Destino d’ogni “apparenza” è accompagnare per un breve tratto chi, concentrato su se stesso, di essa non avverte l’anima.
 
Quei merletti di sabbia che l’amore di Lughia realizza, pronti a dissolversi al più lieve tremore, ad ogni alito di vento, sono testimonianza dell’impossibilità di lasciare tracce esenti da ogni divenire. L’azione umana si vanifica nel tempo ed ogni parto sempre torna alla terra che tutto genera.
 
L’eterno manifestarsi in tempi, luoghi e sembianze diverse di energie partecipi di un’unica natura, riconduce al “divenire” tout court il senso profondo della vita.
 
Agli occhi di Lughia lo stesso essere umano, con il suo desiderio di scalfire l’universo, si rivela piccola cosa, destinata anch’essa a confluire in quel tutto che ignora ogni gerarchia.
 
Così le “Tracce antropozoiche”, astrazioni simboliche, memorie di un corpo e di un luogo, sono il tentativo vano di assicurare permanenza, attraverso le generazioni, ad una troppo breve apparizione sulla terra.
 
Al rapporto tra l’uomo e l’assoluto l’artista dedica i cicli “Memorie”, “Osmosi” e “Il grande nero del silenzio”. L’incontro tra interiorità e mondo circostante segna il corpo di ciascun individuo in modo assolutamente unico. Infiniti i percorsi ed ogni esistenza è la risultante di un cammino irripetibile. Donne e uomini ineluttabilmente destinati (vedi la sequenza di opere nere “L’eterno cammino in salita verso il dissolvimento”) a riconfluire rendendo nulla ogni diversità.
 
Gli “Andamenti collettivi, lenti ed ineluttabili” sono invece una sequenza di tele dove un gran numero di presenze, eppur sempre le stesse, convergono in un moto comune, continuo ed inarrestabile. Una confluenza che dà consistenza a flussi dove la materia perde peso, il portamento avvolge il pensiero e l’energia trova rappresentazione. Un muovere “verso” che non si presta a letture superficiali di tipo causale. Un procedere di masse che diviene piuttosto rappresentazione della potenza che governa l’eterno divenire per ricondurci, ancora una volta, al rapporto diretto con l’assoluto.
 
In tutto ciò a noi spettatori è dato viaggiare, immobili, al centro di noi stessi.
 
                                                                                                                     Giuseppe Salerno