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Caterina Nobiloni

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Né di Cielo, né di Terra
 
Ad una prima occhiata, si può ritenere naturale e non del tutto inesatto, accostare le Architetture di Sabbia a creazioni similari quali possono essere, ad esempio, i giardini Zen di sabbia, salvo poi rendersi conto del fatto che l’analogia, per quanto accattivante, si riduce ad una certa affinità di materia e di stilema formale e che, in ogni caso, tutto ciò non trascende il mero ambito del puramente visibile.
 
Proseguendo sul medesimo registro, allora, elencando ed accostando alle Architetture le più diverse espressioni culturali ed artistiche, nulla vieta di prendere in considerazione la figura del Mandala, rotonda ed arzigogolata raffigurazione dell’universo che condivide, con i lavori di Lughia, la medesima linea esteriore oppure, ancora, le figure dei Dolmen, monoliti dal forte valore simbolico i quali, in questo caso, sono rimpiccioliti nelle dimensioni ma nulla perdono della loro potenza espressiva. Si potrebbe perfino azzardare un paragone con alcuni tipi di planimetrie sacre o con antichi percorsi rituali ma, ci si domanda, a cosa condurrebbe tutto ciò?
 
E’ evidente che ognuno dei precedenti spunti di riflessione porta con sé un atomo di verità e costituisce un possibile metodo di approccio a queste singolari opere, cariche di indiscusso e misterioso fascino. Tuttavia, la loro chiave di accesso, il codice che permette di decifrarle, non risiede all’esterno bensì al loro interno, accessibile solo dopo aver compiuto una manovra di astrazione dal contingente per poi penetrarne la silenziosa e atemporale dimensione.
 
Distolto lo sguardo e raccolto il pensiero, rimane, delle Architetture di Sabbia, un lento lavorìo della memoria che sedimenta e, via via, si deposita sul tracciato delle emozioni, trovando, solo allora, un senso compiuto e appagante.
 
Incontro quanto mai felice tra psiche, anima ed intelletto, questi lavori sono dei pheno-luoghi il cui spazio fisico è indefinito e prospetticamente indecifrabile, poiché sfugge ad ogni possibile misurazione razionale: lontano, vicino, piccolo, grande, prima e dopo divengono, tutti, dei concetti privi di valore e di significato quando appena si tenti di applicarli a queste misteriose aree.
 
Né di Cielo né di Terra si tratta in questo frangente ma di Epifanie, di visioni attualizzate e concretizzate nella materia più imperitura – la pietra – eppure ancora, infinitamente, diafane e delicate, sottili nel loro senso spirituale, irrimediabilmente mutevoli e impossibilitate a fissarsi in uno stato di quiete; non a caso, secondo la concezione taoista, l’immortalità risiede nel continuo mutamento.
 
Letteralmente meta-fisiche, le Architetture di Sabbia sublimano il concetto di materia fino a polverizzarlo e disperderlo sotto forma di pensiero cristallino, di immaginazione filtrata e pura che ci restituisce, di volta in volta, solo una delle infinite possibilità di rappresentazione del reale o, per meglio dire, del realmente immaginato. La creatività di Lughia si dipana, infatti, lungo forme sinuose e seducenti che ramificano nello spazio secondo le leggi della visionarietà più spontanea e libera, dando vita a questi labirintici e precari “assetti litici” i quali, sfacciatamente, sfidano la forza di gravità nella certezza di più interessanti ed ulteriori equilibri universali. La sua ricerca è improntata, in questi lavori, ad una densa carica spirituale, temprata da una logica, non tanto di matrice razionale quanto, invece, di matrice onirica e per questo estremamente più coercitiva e rispondente alle dinamiche del sentire.
 
Non vi è, all’interno delle Architetture, alcun elemento che attenga al racconto o alla descrizione e più che simboleggiare, evocare o rimandare ad altro, questi paesaggi desertici - ma niente affatto aridi o desolati – rimandano concettualmente a se stessi, invitano al loro interno, ad essere percorsi ed esplorati con una disposizione d’animo scevra dei fardelli dell’anima e delle storture della mente, ammiccano ad un nomadismo della ragione, ad un viaggio dell’intelletto. Nulla è solitudine in tali meta-luoghi, tutto è raccoglimento, attimi dilatati nell’atto della riflessione, del ricordo, della pre-visione, della ricerca di se stessi, dell’io.
 
E’, sorprendentemente, l’uomo, nella sua totale assenza, il vero soggetto di queste opere, la figura invisibile e, quindi, la più verosimile: celare al fine di svelare con più maestria, non dire nulla al fine di rivelare tutto. E non potrebbe essere altrimenti perché se è vero, come è vero, che de-finire equivale a delimitare, a compiere una scelta e un’esclusione, l’unica possibilità che all’artista rimane per scandagliare l’essere umano, per descriverlo nella totalità dei suoi aspetti risiede proprio nell’immaginifica omissione e nel fecondo silenzio.
    
                                                                                                                            Caterina Nobiloni

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. - Lughia